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Paolo De Benedetti oggi parla alla bibloteca laudense

«Invidia: una parola, due volti»

di GUIDO BANDERA
— LODI —
SE SI LEGGE il suo curriculum accademico, il primo istinto è quello di correre a ripassare sulla Bibbia, anche solo per parlare del tempo. Eppure il pro...
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2008-05-09
di GUIDO BANDERA
— LODI —
SE SI LEGGE il suo curriculum accademico, il primo istinto è quello di correre a ripassare sulla Bibbia, anche solo per parlare del tempo. Eppure il professor Paolo De Benedetti, scrittore e docente universitario, come pochi, riesce a unire profondità e leggerezza, gusto della battuta e sapienza. Gli stessi ingredienti che, stasera alle 21, alla biblioteca laudense in corso Umberto, utilizzerà per parlare con il pubblico della rassegna dedicata all’invidia.
Professore, il titolo del suo intervento è «Gatti in cielo». Che c’entra con l’invidia?
«Ah, me lo sono chiesto anch’io. Ne sono rimasto sorpreso: io devo parlare d’invidia, ma ho scritto un libro sui gatti, forse gli organizzatori...»
Va bene, allora restiamo all’invidia. Magari pensando al suo significato religioso.
«Veramente, nella Bibbia, i significati sono due. Uno buono e uno cattivo. Il senso negativo è un po’ quello del decimo Comandamento: non desiderare la roba d’altri, ovvero l’atteggiamento di chi desidera procurarsi illecitamente i beni o le qualità degli altri. Quanto al senso positivo, citerei un proverbio rabbinico: l’invidia della sapienza è una cosa buona. È la volontà di emulare l’altro, il desiderio di migliorare se stessi nell’esperienza dell’altro, ma anche l’amore dell’altro, come nel Cantico dei Cantici. In senso negativo, invece, è voglia di soppiantare l’altro, disagio per non poterlo raggiungere».
Insomma l’invidia è un concetto doppio, ambivalente?
«Sì. Nel Vecchio Testamento la parola è citata 84 volte, metà in senso positivo, metà in senso negativo. La stessa parola, in forma di aggettivo, è attribuita anche a Dio, definito come “geloso”: è il Dio che non vuole altri idoli attorno a sé, che vuole in esclusiva l’amore del suo popolo».
Eppure, proprio per la sua natura esclusiva, il monoteismo è più soggetto a scatenare conflitti del vecchio paganesimo...
«In un certo senso sì. Gli dei dei miti erano infondo come umani, competevano fra loro in modo paritario. Le dirò, se mi sono tanto dedicato agli animali, cani e gatti, è anche perché in loro, nel loro sguardo verso il padrone, rivedo lo stesso amore, la stessa devozione dell’invidia buona. Averli vicini mi ha aiutato molto a riflettere su Dio».
E oggi, secondo lei, quale delle due «versioni» dell’invidia prevale?
«Sicuramente quella negativa. È un po’ l’effetto della globalizzazione: tornando alla Bibbia, il simbolo è quello della torre di Babele. Ci voleva un anno per raggiungere la vetta e posare un mattone: nessuno piangeva per la caduta di un uomo, tutti piangevano per la caduta di un mattone. Ecco, oggi prevale la spinta a cercare il successo materiale, l’invidia delle cose, delle caratteristiche altrui».
 









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