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L’inviato Ettore Mo si racconta oggi alle 21

«Sono immune dall’invidia ma il giornalismo è uno show Tutti fanno le primedonne»

di FABRIZIO LUCIDI
— LODI —
DA GRANDE inviato qual è, anticipa il cronista e mette subito le mani avanti: «Invidia? Sono sempre stato immune da questo sentimento, che non ha...
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2008-05-11
di FABRIZIO LUCIDI
— LODI —
DA GRANDE inviato qual è, anticipa il cronista e mette subito le mani avanti: «Invidia? Sono sempre stato immune da questo sentimento, che non ha certo turbato la mia vita». Ettore Mo, classe 1932, giornalista del Corriere della Sera, ha trascorso più di metà della sua vita sui campi di guerra: dall’Iran della rivoluzione khomeinista fino all’Afghanistan dei Taliban.
Oggi alle 21 alla Biblioteca Laudense (corso Umberto I), Mo sarà «L’invidiato speciale» e verrà intervistato da Giovanni Bassi.
Chissà quanti colleghi avranno invidiato la sua splendida carriera...
«Eh sì, il giornalismo è uno di quei mestieri dove l’invidia c’è. D’altronde, è una professione che ha un po’ a che fare con il mondo dello spettacolo: come negli show, tutti vogliono essere protagonisti».
Fra i tanti elementi che scatenano una guerra, ci può essere l’invidia?
«No, non credo. La guerra è scatenata da sentimenti più profondi dell’invidia. Fra etnie non c’è invidia, se mai odio o indignazione. Al limite, ci può essere l’invidia dei privilegi che un popolo ha rispetto all’altro...ma nelle guerre è un sentimento “marginale”, che al limite riguarda le differenze che separano i Paesi più ricchi da quelli più poveri».
Nel conflitto Palestina-Israele influisce l’invidia?
«No, non saprei rintracciarvi questo peccato capitale».
Nella sua vita privata ha sentito spesso «il fiato sul collo» dell’invidia?
«Sì, fra colleghi, fra redazione e redazione, testata e testata, c’è spesso invidia. Per quanto mi riguarda, se un giornalista scrive un bel pezzo, lo chiamo e gli dico: “sei troppo bravo”. Ma non c’è invidia, bensì voglia di emulare, migliorarsi, competere».
L’invidia può essere una spinta a migliorarsi o è sempre negativa?
«È sempre negativa. L’emulazione e la competizione, se mai, spingono a migliorarsi. Non certo l’invidia, che procura solo astio e frustrazione».
Faccia un esempio...
«In certi casi dalla competizione si passa alla mascalzonaggine vera e propria. Quando, per esempio, si creano difficoltà ai colleghi, facendo in modo che tirino fuori “pezzi” stentati».
Un esempio al di fuori delle redazioni?
«Ho notato che fra i colleghi esteri c’è grande senso della competizione. Per esempio, fra Newsweek e Times è una lotta all’ultimo sangue per arrivare prima sulla notizia...Noi italiani siamo un po’ meno preoccupati da questa competizione».
 









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